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La Storia di Mezzago
Il sec. XVI si apre con l’occupazione francese del ducato di Milano seguita alla sconfitta di Lodovico il Moro nella battaglia di Novara (9 aprile 1500).
Il dominio francese, però, non fu duraturo. Nell’estate 1502, infatti, i contrasti sorti tra la Francia e la Spagna per il possesso del napoletano e il predominio in Italia sfociarono in un conflitto aperto che si protrasse per oltre un ventennio.
La nostra zona, teatro principale delle operazioni belliche tra le due massime potenze europee, dovette sopportare le conseguenze del passaggio degli eserciti di entrambi le parti, delle devastazioni, delle requisizioni e delle violenze della soldataglia.
Questo clima favori il proliferare di vagabondi, ladri e briganti. Proprio in questo periodo la Brianza godette di una triste fama per le scorrerie di Gian Giacomo Medici, detto il Medeghino, ma anche per le imprese dì compagnie nostrane. Nel “Liber bannìtorum” viene riportata la sentenza del 13 febbraio 1514 contro Paolo Biffi, condannato alla pena capitale e alla confisca dei beni.
Ai mali della guerra e del banditismo si aggiunsero i lutti della peste che infierì nel 1524 e che colpì anche il nostro paese. Ne è prova il testamento fatto l’8 agosto di quell’anno da Domenico Biffi, che dichiara di essere “in maximo periculo pestis”, praticamente infetto di peste.
Alla fine di questo periodo calamitoso (guerre e pestilenze), Mezzago appariva un piccolo e insignificante villaggio. Nella “Descriptione de le boche”, una specie dì censimento demografico fatto nel 1530, si contavano solo 57 abitanti. Il territorio era in gran parte incolto e coperto da boschi e brughiere. Le proprietà maggiori appartenevano a ricchi signori che risiedevano a Milano (“da Corte”, Figini) o a enti ecclesiastici (beneficio parrocchiale, chiericato di S. Maria, chiesa di Bernareggio, beneficio di S. Vittore).
Con la morte di Francesco II Sforza (1 novembre 1535), il ducato di Milano passava sotto il diretto dominio dell’imperatore di Spagna Carlo V. La dominazione spagnola, se da un lato arrecò i danni di un opprimente governo e di una insopportabile esosità fiscale, dall’altro garantì quella stabilità politica indispensabile allo sviluppo demografico e delle attività economiche. È indicativo il fatto che nel 1541 Mezzago contasse già 87 abitanti e un trentennio dopo, nel 1570, la popolazione fosse quasi triplicata, raggiungendo i 250 abitanti.
La scena locale è dominata dalla potente famiglia dei Biffi, dalla cui cerchia uscivano le personalità principali preposte alla guida della comunità: sindaci, consoli, parroci. Arroganti e dissoluti, i Biffi facevano il bello e il cattivo tempo, e si concedevano licenze soprattutto nei riguardi delle ragazze.
Degne di nota sono le ribalderie di Orazio Biffi che nel 1570 rapì e costrinse a sottostare alle sue voglie una certa Lucia (nome fatale in simili vicende), suscitando le ire dei familiari “onde ne son nate molte risse e poco fu che non accascasser morti”. Il fratello G. Battista, parroco di Mezzago, era di scandalo per la sua condotta: non si curava di dire la messa, dedicava più tempo alla caccia che alla cura delle anime, e conviveva con un la giovane figlia di una concubina di suo zio Giovanni, canonico di S. Ambrogio di Milano.
Accanto ai soprusi dei nobili signori si avvicendavano le miserie e i problemi della non facile esistenza in cui si dibatteva la povera gente. Nel maggio 1586 alcuni mezzaghesi furono denunciati all’autorità dal rev. Ambrogio Biffi per aver sottratto legna e tagliato alberi in un bosco dì proprietà del chiericato di S. Maria. Nel settembre 1588 alcuni individui furono sorpresi mentre radunavano mucchi di loza (fogliame e fronde umide miste a fango), che si trovavano lungo il fossato di un campo detto ‘Stradone’, per utilizzarle o venderle come concime.
Si registra inoltre la fuga da casa di alcune donne maltrattate dai mariti: una certa Barbara Robbiati, che abbandonò il marito Bernardo Mattavelli “havendo lui datto una ferita”; e Franceschina Presiati che, dopo una ennesima lite con il coniuge, si rifugiò presso una nobildonna di Burago.
L’aumento della popolazione, verificatosi nella seconda metà del secolo, determinò una notevole espansione urbanistica nonché la formazione di una classe numerosa di piccoli proprietari (Cattaneo, Mattavelli, de Vecchi, Caccia, Presiati) accanto ai grandi proprietari tradizionali (da Corte, Figini, Biffi), i quali si dividevano il possesso dei terreni e dei caseggiati di Mezzago.
Il sec. XVII fu uno dei più oscuri e funesti che la storia ricordi, un secolo devastato dalla guerra, dalla fame e dalla peste.
Nei primi decenni del secolo il governo spagnolo, impegnato in continue guerre per il consolidamento del proprio primato in Italia e in Europa, impose pesanti contribuzioni per le spese militari e il mantenimento dei soldati.
Le nostre comunità erano tenute ad alloggiare e rifornire di viveri le truppe di passaggio e a mantenere a proprie spese le guarnigioni militari di stanza nelle terre del ducato di Milano. Nel febbraio 1621 Mezzago dovette contribuire all’alloggiamento della Compagnia dei Valloni, un contingente di circa 80 soldati di stanza a Vimercate, per un valore corrispondente a 32,2 staia di sale. Nel 1629, allorché i soldati di questa compagnia furono distribuiti nei comuni limitrofi, La comunità di Mezzago dovette ospitare alcuni di loro e fornire razioni giornaliere di viveri (pane, vino, carne e, nei giorni di magro, uova e formaggio).
Si era alla vigilia di uno degli eventi più tristi del secolo: la peste. L’epidemia cominciò a diffondersi nel maggio 1630, introdotta nel milanese dall’esercito imperiale diretto ad assediare la città di Mantova durante la seconda guerra del Monferrato.
Ignazio Cantù nell’opera “Le vicende della Brianza e de’ paesi circonvicini” racconta che “alcuni di Vimercate, recatisi a Saronno dove la peste era feroce, comperarono del lino e con la merce portarono a casa il contagio che subito si diffuse in Monza, Vimercate, Cavenago e altre terre all’intorno”.
Non abbiamo notizie dirette sull’evento nel nostro paese, ma sicuramente anche Mezzago ebbe le sue vittime. In quella occasione fu costruito un lazzaretto dove vennero segregati gli appestati in capanne fatte di paglia e fronde, a nord dell’abitato nel luogo in cui sorge la cappella della Madonna. È lì che la tradizione vuole che fossero sepolti i morti di peste e inoltre, nella mappa del 1721, l’area è indicata appunto come “Lazzaretto”.
Nella seconda metà del secolo le condizioni di vita andarono migliorando, per cui vi fu un certo incremento della popolazione. Nel 1602 Mezzago contava 281 abitanti; nel 1686, nonostante i disastrosi effetti della peste manzoniana, raggiungeva i 323 abitanti.
Anche le attività agricole ebbero un notevole impulso e alle colture tradizionali, come dei cereali e della vite, si affiancarono la coltivazione del gelso, l’allevamento del baco da seta, l’allevamento degli ovini. A questo proposito è eloquente l’istanza fatta nel 1663 da Gerolamo da Corte per ottenere la licenza, in deroga alle disposizioni allora vigenti, di far pascolare nelle brughiere di sua proprietà un gregge di 300 pecore.
La maggior parte del paese apparteneva ai “da Corte” (circa 1228 pertiche di terreno e sei caseggiati), Biffi, Albani, Riva, Assandro, Pallavicini e Oroboni.
Agli inizi del Settecento aveva fine la dominazione spagnola e iniziava quella austriaca che sarebbe durata, salvo il ventennio napoleonico, fino al 1859. Si inaugurava il lungo periodo, particolarmente felice e fecondo, delle riforme sotto il governo illuminato dei sovrani di casa Asburgo: Carlo VI (1707-1740), Maria Teresa (1740-1780) Giuseppe II (1765-1790).
Specialmente l’imperatrice Maria Teresa intraprese una politica di riorganizzazione e di risanamento dello stato con una serie di avvedute iniziative, tra cui spiccano per importanza la compilazione del nuovo catasto generale (base della riforma tributaria) e la riforma delle amministrazioni provinciale e comunale.
La sperequazione fiscale e il disordine amministrativo erano due mali cronici della società del tempo e non risparmiavano neppure la nostra comunità. Il sistema fiscale in vigore prima delle innovazioni teresiane mancava di un criterio omogeneo e di una precisa regolamentazione, appesantito com’era da una casistica di tassazioni, esenzioni, privilegi che formavano una vera e propria giungla tributaria, motivo di continue liti tra i cittadini.
Le comunità, inoltre, avevano ciascuna un proprio modo di amministrarsi, che favoriva il disordine e l’arbitrio. A volte nella medesima comunità si costituivano vari gruppi o comuni, che cercavano di imporsi per far prevalere i propri interessi. A Mezzago primeggiava il cosiddetto comune Dominante, al quale si contrapponevano altri comuni separati facenti capo alle più importanti famiglie di possidenti (“da Corte”, Sartirana, Oroboni).
Nel gennaio 1751 i capifamiglia dei comuni separati fecero una propria elezione del sindaco, mettendosi in contrasto con gli appartenenti al comune Dominante che ritennero l’assemblea irregolare, essendo stata fatta in un giorno feriale, senza preavviso e senza l’intervento del cancelliere (segretario).
Era questo uno stato di cose molto diffuso e quasi generale che indusse l’imperatrice Maria Teresa a emanare il 30 dicembre 1755 un editto con cui si riformavano le amministrazioni comunali e provinciali.
La riforma prevedeva che ogni comunità avesse un Convocato (specie di consiglio comunale) composto dagli iscritti nelle tavole d’estimo e una Deputazione (una sorta di Giunta comunale) composta da tre deputati. Inoltre doveva avere un sindaco, un console, il cancelliere e l’esattore delle imposte.
Nel giugno 1796 aveva inizio il dominio napoleonico. I francesi furono accolti dalla popolazione come liberatori. A Mezzago, come in altri paesi vicini, venne innalzato nella piazza principale il cosiddetto “albero della Libertà”, sormontato dal berretto rosso repubblicano. Ma ben presto i francesi si rivelarono padroni e non tardarono le requisizioni, le ruberie, i tributi di guerra e la leva forzata che generarono il malcontento.
Nel 1799, mentre Napoleone era impegnato nella campagna d’Egitto, l’Austria e la Russia si coalizzarono contro la Francia. Le truppe austro-russe, dopo aver attraversato l’Adda a Cassano, sferrarono una poderosa offensiva costringendo i francesi a ripiegare verso Verderio. Il 27 aprile alcuni soldati francesi, costretti alla fuga per il sopraggiungere degli austriaci, abbandonarono sulla piazza del nostro paese una parte delle vettovaglie, acquavite e sale. Ai nostri concittadini non parve vero di potersi accaparrare tanta roba; ma la gioia fu breve perché il mattino seguente ritornarono i francesi che minacciarono di incendiare il paese se non avessero restituito ogni cosa.
A parte i mali delle guerre e delle occupazioni militari, il sec. XVIII si può considerare positivo. La fame e la peste, che avevano afflitto i secoli precedenti, si possono considerare ormai debellati. L’attività agricola ricevette un notevole impulso dall’introduzione di nuove tecniche, dalla messa a coltura di terre incolte, dalla maggior produzione cerealicola e dallo sviluppo della gelsicoltura a cui era legata l’allevamento del baco da seta.
Si registra inoltre un sensibile aumento della popolazione: 335 abitanti nel 1707; 427 nel 1751; 463 nel 1771; 534 nel 1781.
L’assetto urbanistico del paese è illustrato chiaramente nella mappa rilevata nel 1721 nell’ambito del censimento generale dello stato milanese ordinato dall’imperatore Carlo VI. Si contano 22 caseggiati e due case sparse: la cascina S.Maria e la cascina Orobona.
Il congresso di Vienna (settembre 1814-giugno 1815) ripristinava la situazione politica in vigore prima della parentesi napoleonica e riportava in casa nostra l’Austria con la costituzione del Regno Lombardo-Veneto, affidato a un viceré residente a Milano.
Il ritorno degli austriaci fu accolto all’inizio come una liberazione dal dispotico dominio napoleonico e come la fine di un tormentato periodo di guerre e di invasioni. Ma fu solo una illusione: le tasse, le imposizioni, le requisizioni, la miseria perdurarono con una sprezza forse maggiore di prima.
Al cattivo governo austriaco si aggiunsero le malattie e le carestie. Nel 1817 una grave siccità, che durò dal mese di marzo al maggio successivo, rovinò i raccolti e impedì la semina del granoturco.
Tra le malattie la più temibile fu il colera, di cui si ebbe una prima manifestazione nel 1836, ma sembra che non abbia provocato vittime nel nostro paese. Più grave invece fu l’epidemia del 1855, che colpì una quarantina di persone, per cui fu necessario allestire una “casa di soccorso” o di isolamento nella corte detta appunto “Lazzaretto”, dove furono trasportati e segregati gli ammalati.
Con la seconda guerra di Indipendenza e la vittoria delle truppe franco-piemontesi cessava definitivamente il dominio austriaco sulle nostre terre. Nel marzo 1860 la Lombardia veniva annessa al regno di Sardegna e l’anno successivo (marzo 1861) veniva proclamata l’Unità d’Italia.
Nel marzo 1860 si insediò la primo amministrazione comunale di Mezzago, che era presieduta dal sindaco Enrico Radaelli il quale rimase in carica fino al febbraio 1865.
Le varie amministrazioni che si susseguirono dovettero provvedere alla organizzazione delle principali infrastrutture: gli uffici comunali, le scuole, il pozzo pubblico, la rete fognaria, la manutenzione delle strade, l’istituzione della condotta medico-chirurgica con i comuni di Bellusco e Ornago (1863) e la costruzione del nuovo cimitero (1890).
L’attività principale a cui si dedicava la popolazione resta per quasi tutto il secolo quella agricola. Si ebbe un incremento della produzione cerealicola, basata sulla coltura intensiva del grano e del granoturco nella tipica rotazione biennale, e un notevole sviluppo della gelsi-bachicoltura, mentre si registra soprattutto dopo l’Unità d’Italia la crisi della viticoltura, dovuta ai danni della fillossera e alla concorrenza dei vini piemontesi e meridionali.
Alcuni mezzaghesi facevano lavori stagionali a Milano come raccoglitori di letame o come garzoni nei campi di ortaggi; numerose ragazze andavano a lavorare nelle filande di Lecco e del lecchese.
Negli anni ’80 si ebbe anche a Mezzago lo sviluppo dell’attività manifatturiera. Nel 1887 erano attivi cinque opifici: l’incannatoio di Giuseppe Longhi in via Indipendenza 3; l’incannatoio di Virginio Longhi in via indipendenza 11, l’incannatoio Keller in via Unione 2, la filanda di Giuseppe Redaelli in via Concordia 17, e la filanda di Fortunato Redaelli in via Pozzo 3. Davano lavoro a 135 operai, nella quasi totalità donne. Vi lavoravano anche numerose bambine in età scolare, in pessime condizioni igieniche, con un orario massacrante (dalle 6 alle 8:30; dalle 9 alle 12; dalle 13 alle 18:30, per complessive 11 ore lavorative) e un misero salario (15 centesimi fino a 9 anni; 60 cent. gli adulti).
La popolazione registra nell’arco del secolo un costante e sensibile aumento: nel 1806 vi erano 516 abitanti, nel 1861 erano 1247 e sullo scorcio del secolo 1800 circa.
L’assetto urbanistico non appare sostanzialmente mutato rispetto alla situazione del settecento. Dal confronto tra la mappa catastale del 1721 e quella del 1856 si nota l’inserimento nel tessuto urbano di pochi elementi (la corte del Catafom e il nuovo cimitero) e la scomparsa di qualche edificio (chiesa di S. Vittore la casa annessa).
Sulla scena del paese si affacciano nuove famiglie: i Rocchi, i Magri, i Perelli, i Radaelli.